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A Vinnigna. La voce dell'Etna - GustoCampania.it
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A Vinnigna. La voce dell’Etna

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A Vinnigna (La vendemmia)
Confesso di non avere avuto il tempo di girare per le aziende negli ultimi tempi. Ma, dato che la diminuzione del mio tempo libero è dovuta a un incremento di lavoro, non posso che gioirne. E, tanto per complicare il periodo (letterale) ancora un po’, considerato che il motivo principale di quest’impennata è dovuto al proliferare di cantine sull’Etna, mi sembra il minimo parlarvi di vendemmia in questo momento. D’altronde, ovunque mi giri –in effetti anche senza voltarmi- vengo inondata dal profumo del mosto, dal ciarlare delle vigne, da trattori, gabbiette e coffe. Inondata non letteralmente, s’intende!
E questo articolo lo intitolo così, con la sua traduzione dialettale, anche se non mi piace! Ora non è che vi scandalizzate perché il dialetto non mi garba, vero? Io sono onesta e manifesto i miei gusti: solo di questo si tratta. E comunque, per chi fosse irritato da questa dichiarazione, voglio addurre alla mia personalissima opinione il fatto che è solo una questione di suono: avrò le orecchie intasate, se vi piace!
Tuttavia, è indubitabile quanto il dialetto caratterizzi e colori la raccolta della vendemmia dunque, a onor di cronaca, mi sento in dovere d’intitolarlo così questo articolo di metà ottobre.
Qui, sotto il vulcano, siamo in tumulto come nella fucina di Efesto: c’è un continuo attendere per prendere la decisione giusta, per capire se il momento di sforbiciare è giunto o è il caso di sperare in qualche altro raggio. In questo primo anno di accenno tropicale, la scossa è stata devastante: abituati ad estati asciutte e calde che, fino a ier l’altro, avevano consentito di ottenere un prodotto eccellente, un grado zuccherino alto e alcol alle stelle, abbiam dovuto arrenderci ai capricci del cielo. Acqua, vento, grandine e umidità hanno prodotto un gran ballare tra i viticoltori, una danza tormentata e deturpante che, per molti, non si è ancora conclusa. Ma, come vi ho detto, tutto questo è implicito nel prezzo come è tacito l’accordo tra cavallo e cavaliere, come è compreso nel contratto tra bicicletta e ciclista. Si cade!
Sembra, però, che il vino lo sappiamo fare comunque. Che siano attuale il Nerello Mascalese o l’Etna doc è indubbio, come è ovvio che non tutti siamo intenditori ma non s’investe una fortuna -piccolo gruzzolo o immenso baule- per qualcosa in cui non si crede, per qualcosa che non si è in grado di fare. E fatto sta che questo, quello vinicolo, è uno dei pochissimi settori che assume e cresce ancora da queste parti.
Chiusa la parentesi dell’autocelebrazione, passiamo alla vera essenza ra vinnigna(spero si scriva così-avanti che non sono tanto presuntuosa!), delle tradizioni e delle usanze che ormai sopravvivono solo in cantucci nascosti. A mo’ di esempio concreto e vissuto, vi racconto la mia storia, quella delle vendemmie a Statella. La raccolta dell’uva era una festa, un grande convivio con decine e decine di commensali con le guance rosse di capo mattina –facevano concorrenza al rubicondo dell’alba. Si vendemmiava per un paio d’ore, a partire dalle 7.00 e, dopo soli 120’ di relazione personale e privatissima coi grappoli, ci si sedeva a terra per la prima colazione. “Ammazza”, direbbero a Roma, che colazione! Pane di casa, ulive schiacciate, acciughe, pecorino e mortadella. Il tutto innaffiato da abbondante vino rosso di non so quale annata,” pregiatissima” sicuramente. E si ritornava in vigna con un lieve barcollare, con usignoli stonati in gola, con “curtigghi” e storielle che trottavano tra i filari. Alle 13.00 la vociona del capo operaio segnava la seconda pausa:“Fimmini, a mangiari”, frase che io ho ascoltato inorridita per anni ma a cui ho dovuto sottostare: qua non è che “le femmine” vecchio stampo si ribellino molto! Un’ora per un panino veloce, il caffè, la sigaretta, una fetta di torta -i bicchieri pieni di rosso, naturalmente- e con il colpo di “Fimmini a travagghiari” si ritornava sotto i pampini ( da me ci sono i tendoni, non ho sbagliato certo preposizione!)fino alle 16.00. A Vinnigna, a casa mia, durava circa quattro giorni: grandi quantità e maturazione discretuccia ma, in compenso, protezione dal vento e dalla grandine. Sull’umidità sorvoliamo. L’ultimo giorno, si saltava la pausa pranzo per godersi il momento catartico di fine vendemmia. Le vigne spoglie di blu e di dorato.
Era sempre a carico del proprietario –anche oggi è così- oltre la colazione delle 9.00 anche la salsicciata delle 15.00 -alle volte 16.00- delle ultime ore di lavoro. Buttuni ri sasizza rossi venivano rustuti supra canali vecchi arroventati da brace di sarmenti; pane cotto nei forni a pietra veniva diviso e farcito con pezzi di carne fumante e saporita. E vino a fiumi. Tanto per gradire.
Io, purtroppo, mi sono persa il pestaggio dell’uva a piedi scalzi e tutte le fasi della vinificazione ma quello che succedeva prima -tralasciando le frasi maschiliste!- l’ho vissuto in pieno e mi sono divertita.
Oggi è tutta un’altra storia anche se da chi il vino lo produce per gli amici e la famiglia, probabilmente, è ancora così. Ma andiamo avanti, ognuno nel suo filare, tra potatura e concimazione, tra diserbo e trattamenti vari, ancora rapiti da quello charme faticoso e sublime magicamente creato da un arbusto nodoso e sfilacciato che ci fa far le bizze. Tutti i giorni dell’anno.
Con affetto e ammirazione alle viti che imperano alle falde dell’Etna.

Marzia Scala

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